BDSM tra film e realtà

Il 24 luglio è la giornata mondiale del BDSM. Siamo sicuri di sapere proprio tutto sul tema? ne parliamo con Maria Luisa Iervolino.

Il 24 luglio è una giornata importante per due motivi: è il mio compleanno e si celebra la giornata mondiale del BDSM.

Che lo pratichiate o abbiate curiosità di esplorare una delle lettere dell’acronimo, quando ne parliamo ci riferiamo a pratiche che coinvolgono emozioni, espressione di sé e sessualità.

Oggi è molto facile informarsi; un po’ più difficile è approcciarsi a questo mondo con un minimo di competenza e forse, di umiltà, per un’attività che impatta sulla persona sia a livello fisico che psichico. È, come vedremo più avanti, un gioco (che implica però una serie di potenziali pericoli) nel quale si può esprimere e scoprire una parte di sé ed entrare in profonda relazione con gli altri.

Non bastano tutorial per imparare a legare o per usare una frusta; non basta aver letto tutto, aver googlato l’inimmaginabile o aver seguito l’influencer di turno. È fondamentale entrare in contatto con la comunità locale, farsi conoscere, conoscere chi la frequenta e non lasciarsi andare a improvvisazioni tanto eccitanti quanto, a volte, pericolose.

Usiamo la testa, prima di tutto.

Per capire qualcosa in più ho intervistato la Dott.ssa Maria Luisa Iervolino con la quale proviamo a dare un po’ di informazioni base e consigli su come cominciare.

La Dott.ssa Maria Luisa Iervolino è una psicologa-psicoterapeuta ad orientamento sistemico relazionale. Segue in terapia individui, coppie e famiglie. Si occupa di seminari formativi su temi di salute mentale, benessere sessuale ed educazione sessuale.

BDSM, cosa vuol dire?

Amalia: Luisa, cosa vuol dire praticare il BDSM? Soprattutto, cosa non è rispetto all’immaginario creato dal noto film Fifty Shades of Grey?

Luisa: Praticare BDSM non è altro che una preferenza relazionale e sessuale. Chi lo fa’, ha quel tipo di propensione; un’attrazione che è volta verso il tipo di relazione che si instaura fra persone che giocano. L’acronimo sta per Bondage Dominazione e Sadomasochismo (che è quello che va per la maggiore) oppure Bondage, Dominazione, Sottomissione e Masochismo. Le persone che lo praticano fondano la loro relazione su una definizione condivisa di consenso. È necessario che ci sia consenso e negoziazione affinché si possa parlare di BDSM altrimenti è una pratica manipolatoria o di potenziale aggressione che può arrivare anche a risvolti penali. In Fifty Shades of Grey, per tornare al film, non c’è consenso e non c’è negoziazione. Manca anche nei libri, che ho dovuto studiare, a parte l’ultimo perché proprio non ce l’ho fatta. Ciò che si configura nella serie, è più una relazione manipolatoria e, come nelle “migliori” storie di dipendenza affettiva, la protagonista Anastasia Steele alla fine sposa Christian Grey.

Quello non è il modello da seguire.

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Gioco, negoziazione e consenso

A.: Definisci gioco la pratica del BDSM, perchè? Quanto è importante, invece, la negoziazione?

L.: Nel BDSM si definisce gioco un’interazione tra due o più persone ed è un modo per sottolinearne l’aspetto ludico, una parentesi di vita parallela rispetto a ciò che accade in quella “normale” o, meglio, di tutti i giorni. Attraverso il gioco abbiamo la possibilità di interpretare dei personaggi e dei ruoli. Se nella vita reale sono una persona X quando gioco posso diventare una super o un super dominante o un super o una super sottomessa. È un’esperienza che ha un inizio e una fine, una parentesi all’interno della quale possono accadere una serie di cose che sono state precedentemente negoziate dai partecipanti.

La negoziazione è un momento di scambio in cui ci si comunica i propri desideri e i propri limiti, le cose che si vogliono ottenere e/o dare, si definiscono una o più safeword, e se possibile, anche una non verbale. Una parola che vuol dire “rallenta” (molti usano i colori del semaforo e in questo caso il giallo) o un’altra per dire di fermarsi (semaforo rosso). Le persone che giocano per la prima volta, anche coppie, usano generalmente il semaforo. Una safeword non verbale è utile quando si praticano giochi dove il silenzio è imposto, o si usa un bavaglio o si è impegnati in oralità varia, non si parla la stessa lingua e così via.

La negoziazione è un momento di scambio di conoscenza; è un momento per stabilire un perimetro all’interno del quale il gioco è divertente per tutti e dove non si rischia di farsi male o dove si rischia il meno possibile (RACK).

Il rischio è però sempre alle porte, le persone hanno dei limiti di cui possono non essere a conoscenza e che possono scoprire solo durante il gioco.  E qui si potrebbe aprire una parentesi  sull’aftercare che però in questa sede non affronteremo (NDR: sarà l’argomento di un prossimo articolo).

A.: Visto che hai fatto riferimento al RACK, puoi dirci cosa significa e qual è la differenza rispetto all’altro famoso acronimo, SSC?

L.: SSC sta per Safe Sane Consensual ovvero Sano, Sicuro & Consensuale. Rack sta per Risk Aware Consensual Kink ovvero un kink consensuale e consapevole dei rischi. La differenza tra i due è sottile ma non troppo. Il primo vuol dire che si può praticare in modo sicuro e sano ed un po’ una modalità antistigma per chi si avvicina e serve a rassicurare i neofiti. Il secondo è per chi è un po’ più esperto. Si usa fra persone che sanno giocare, che sanno negoziare, che sanno cosa vuol dire praticare un consenso entusiasta e serve a restituire responsabilità a tutte le parti coinvolte. Entrambe le parti devono essere consapevoli degli eventuali rischi, tutti lo devono essere ad ogni livello. Ad esempio, può sembrare da principianti dare uno schiaffettino sul sedere, quasi innocuo. Invece, sembrerà strano ma bisogna saperlo fare, perché un conto è darlo sul grande gluteo e uno è darlo sulla zona dei reni che può essere pericoloso.

Bisogna essere consapevoli di ciò che si fa e di come lo si fa perché è una pratica che avvicina le persone ma non è esente da rischi.

A.: Qualcun* potrebbe pensare che la pratica del BDSM configuri negativamente una persona, eppure non è così. Vero?

L.: Chi pratica il BDSM non si configura in un modo particolare; non c’è alcuna categorizzazione. Se lo si pratica lo si fa in modo consensuale, senza è solo abuso. Alcune ricerche dicono che il benessere percepito da chi lo pratica è più alto rispetto a chi non lo pratica. La ricerca dice che le persone che praticano il BDSM sono probabilmente più a loro agio nell’ascoltare ciò che accade a livello sessuale ed emotivo e vi è una percezione più profonda di sé.

A.: Quanto può risultare difficile per una persona, oggi, far emergere una parte più kinky della propria sessualità quando ancora la nostra società ha una visione fortemente codificata dei ruoli e di tutto ciò che orbita intorno all’eros?

L.: Poter esprimere una propria preferenza è visto male soprattutto nei confronti di chi è assegnata femmina alla nascita o socializzata come tale perché lo stigma è più forte e perché si presume debba essere casta e pura. Esprimersi e poter ragionare nel proprio intimo non è facile; c’è molto autogiudizio. Quando ci si rende consapevoli di preferire una sessualità kinky si può pensare che si sia malati. Il giudizio non è solo da parte della società ma anche dal nostro modo di vederci.  Credo però in un cambiamento che parta dal basso e dalle persone; già il non giudicarsi come singolo è un primo passo per cambiare la società. Se il politico è personale e viceversa, si può partire dal non giudicare il personale.

A.: Chi praticava BDSM prima dell’avvento di internet faceva parte di un mondo più circoscritto dove, il controllo delle persone che ne facevano parte era, per certi versi, più semplice. Oggi attraverso internet, social, piattaforme varie chiunque può praticarlo, come ci si può tutelare? Cosa dovrebbe fare chi è interessato a una qualsiasi delle lettere che compongono l’acronimo?

L.: È una domanda molto attuale, nell’era di internet, nell’epoca dell’immediatezza anche nei rapporti. Il BDSM, che un tempo era un po’ più di nicchia ed era quasi un mondo segreto, oggi è cambiato e anche nei profili delle app capita di trovare chi fa riferimento al kinky. Esistono piattaforme per chi pratica BDSM o per chi ci si vuole avvicinare. Certo, se il fenomeno si allarga anche i rischi aumentano. All’interno del mondo BDSM la comunità mondiale si organizza per fare incontri che sono all’aperto, in luoghi pubblici, dove le persone si possono conoscere come individui.

Si chiamano Munch o Tng, The next generation, per coloro che hanno massimo 35 anni (il Munch non ha limiti di età).

Questi sono generalmente aperitivi pubblici, un po’ come quelli che fa la comunità poliamorosa. Nelle grandi città, come qui a Roma, ci sono molti munch, generalmente uno al mese. Questo è un buon modo per avvicinarsi alla comunità dal vivo, per conoscere e farsi conoscere. Generalmente le persone che organizzano il Munch hanno un occhio di riguardo per chi si avvicina la prima volta. Perciò il consiglio è di scrivere a chi organizza per chiedere informazioni. In questo modo si può formare una relazione e poter avere rassicurazioni su persone dell’ambiente. Se conosco qualcun* e voglio incontrarl* per giocare è bene chiedere un feedback su chi è, come gioca e se ha avuto problemi. La comunità è aperta al dialogo rispetto ai feedback perché in questo modo si autotutela.

In conclusione…

Fare proprie ricerche, cercare di capire cosa ci piace o cosa non ci piace, parlare con delle professioniste, psicologhe o psicoterapeute, come Maria Luisa può essere molto utile per comprendersi, conoscersi e capire i propri desideri o cosa si prova praticando il BDSM.

L’articolo, ovviamente, non è esaustivo e ci saranno altri approfondimenti sulle pratiche più comuni nel BDSM nei prossimi mesi.

In ogni caso, per qualsiasi domanda o richiesta di approfondimento scrivetemi e se questo articolo vi è piaciuto condividetelo!!

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